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CReV | E 2017

2017 | VALENCIA | CReV|E 2017: CONOSCENZA, RECUPERO, VALORIZZAZIONE

L’architettura eclettica di Valencia non può essere compresa senza la conoscenza della fabbrica del tardo Ottocento produttrice di ceramica e del leggendario reflejo metalico, nota come La Ceramo. Fabbrica che ci si propone di restituire alla città, creando un luogo che mediante sale espositive, biblioteca e laboratori di ceramica, rifletta il sapere del culto della ceramica. L’iter progettuale si presenta dapprima con l’eliminazione dei corpi di fabbrica privi di pregio architettonico, e prosegue con il consolidamento e l’aggiunta di volumi che gerarchizzano e ordinano gli spazi. In seguito al riconoscimento degli elementi simbolo della fabbrica quali: i forni, le vasche di decantazione dell’argilla e la ciminiera, si configura nella corte principale uno spazio metafisico, in cui gli elementi si isolano in una maniera quasi scultorea divenendo espressione della produzione della fabbrica. Nella definizione di questo recinto della memoria, ha contribuito l’opera “Piazze d’Italia” di Giorgio de Chirico e la teoria in merito del critico De Micheli. Egli sostiene che la pittura dell’artista “nasce dalla memoria di architetture italiane ottocentesche in un’atmosfera di lucidissima e statica assurdità. Solitudine, silenzio, fughe prospettiche, illusioni spaziali, ombre nitide, portici d’ombra, cieli antichi, volumi netti” sono gli elementi che l’artista raffigura e che si avvicinano a quella realtà metafisica della quale vogliono essere portatrici sia l’opera di de Chirico sia la nuova corte della Ceramo. Rispetto all’impianto originario della fabbrica, restano invariati gli edifici che si attestano sui principali assi viari, uno dei quali ingloba lo storico ingresso, caratterizzato da motivi arabeggianti. Si predilige la demolizione del muro perimetrale del prospetto est, superfetazione decontestualizzata, che nasconde il prospetto originale della fabbrica del blocco in cui erano presenti i laboratori. Quest’ultimo si articolerà su due livelli: il primo nel quale si allocheranno i laboratori e il secondo nel quale sarà ubicata la sala espositiva, dialoganti in doppia altezza e illuminati dal taglio in copertura rivestito con Alabastro, materiale opaco tipico delle architetture Valenziane, che allegoricamente riflette la città nella fabbrica. Del corpo in cui si innestava la ciminiera, ad oggi, resta una delle due testate, avente come struttura di copertura una capriata Polonceau. Si manifesta la volontà di eliminare i resti dell’edificio, ma al contempo raccontare lo stesso mediante due espedienti: la ciminiera, e una pavimentazione in pietra basaltica che disegna a terra la proiezione del volume. In sintesi il progetto si caratterizza per l’innesto di due elementi metaforicamente riflettenti: la torre e il portico. Se l’alabastro ha il ruolo di riflettere la città nella fabbrica, la torre, funge da richiamo e da riflesso della febbrica nella città, vestendo un abito laterizio, materiale recuperato dai corpi demoliti. Funzionalmente all’interno del complesso, il volume ingloba un collegamento verticale tra i laboratori e la zona espositiva. Ad individuare spazialmente le due corti, quella metafisica della memoria e quella dello stare, senza mai dividerle, vi è il portico. Inizialmente, il portico ingloba il volume della biblioteca che sfocia nella preesistenza, e che è aperta alla città, come portatrice del riflesso culturale della produzione della fabbrica. In conclusione il recinto, impianto tipico delle fabbriche di fine ottocento, viene concettualmente riconosciuto, ma al contempo viene reso permeabile e fruibile dalla città che avrà la possibilità di scrutare le attività attraverso le aperture sui fronti stradali e di viverle oltrepassando gli ingressi su ciascun fronte.

Team
Marica Acito, Donato Gallo, Pierangela Rizzo, Giovanni Nella, Salvatore Cassese

Committente
Università degli Studi della Basilicata, Universidad Politecnica di Valencia

Stato
Ultimato

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